di Gian Paolo Faella

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http://www.euroalter.com/IT/2012/seduti-sui-cuscini-tra-europa-e-cina/


Foto di Ruben Mir

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Due diversi tipi di curiosità sono protagonisti del dibattito che si svolge all’Atelier Sì, a Bologna, venerdì 11 maggio, sugli spazi dell’arte tra Europa e Cina, con la partecipazione di artisti e curatori italiani e cinesi. La curiosità ingenua del semplice incontro, forse non dissimile da quella che rese un giorno il Milione un best-seller, e una più ficcante e più avida, se non di risposte, di squarci sui grandi punti interrogativi che campeggiano in chi, specificamente, ha a cuore l’arte in un mondo che cambia. Un dibattito per pochi, sì, ma non per intimi, capace, cioè, di attrarre curiosi, intellettuali, forze vive della città che accoglie per alcuni giorni Ma Yongfeng, Ni Kun, You Mi, Zhou Xiaohu, Chen Xiaoying, Shen Boliang, nell’ambito delle iniziative del Transeuropa Festival.

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Così quando, con la benedizione della padrona di casa Fiorenza Menni, Luigi Galimberti pone agli artisti ospiti del Transeuropa Festival i suoi quesiti su quali siano in Cina gli spazi di produzione dell’arte, su come i curatori gestiscano lo spazio, sul rapporto che lì trapela tra pubblico e privato, si ha dapprima l’impressione di essere in un luogo di discussione per certi aspetti persino convenzionale, professionale, educato. Ma è il pubblico a irrompere: che cos’è lì l’arte, che cosa fate voi “artisti”, in sostanza? Così scopriamo che gli interlocutori del Sol Levante sono fondamentalmente degli intellettuali, anche se non è questa, forse, la parola a cui pensano. Ma Yongfeng va nelle fabbriche e propone il suo onirico piano industriale dipingendo dentro i capannoni e cantandole al bieco capitalismo a suon di vernice: Invest in contradiction. Scrive per chi lavora, raccontandone la quotidianità, proprio nei luoghi della sua fatica, della sua condanna, della sua resurrezione. Sensibility is under control, dipinge a caratteri cubitali in un deposito di materie prime o di semilavorati. Autocostituitosi autorità, cioè, ammonisce il padrone, il manager, il proprietario, facendo finta di parlare con quegli altri, gli operai: arte anche lì è soprattutto una grande finzione. Ni Kun, dal canto suo, costruisce un collettivo di artisti nelle campagne attorno a Chongqing, e lì intervista i contadini, proprio come un sociologo nell’Italia degli anni ’50. Lo scopo di queste attività non è di pubblicare – ci racconta – ma migliorare la vita delle persone. Un manierista, forse un alchimista, egli dunque non pubblica ciò che sa, anzi: egli conosce proprio perché non rende pubblico ciò che conosce. Questa è arte, signori: mostrare facendo.

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E ancora molte domande, e sullo sfondo naturalmente la politica, e il gusto, in fondo così europeo, di dare risposte più impertinenti delle domande stesse. Chi finanzia l’arte, in Cina? Non c’è bisogno di soldi per fare arte. Che differenze culturali ci sono nella concezione dell’arte tra Europa e Cina? Non ci sono differenze culturali, ci sono soprattutto differenze politiche, differenze di opinioni politiche; proprio per questo è positivo incontrarci, tuona You Mi, probabilmente la più realista del gruppo.

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E ancora, che cos’è un collettivo di artisti? Il collettivo è in Cina una pratica di resistenza come la intendiamo noi, con esperienze come Macao o il Teatro Valle? Sì e no. Forse, è difficile dirlo, il background è molto diverso. L’artista è principalmente un curatore.Certo, e se è per questo l’autore è come tale un editore, così come il politico è come tale principalmente un moderatore. La terra della Grande Moderazione, con i suoi lunghi, e soprattutto lenti fiumi, sembra volerci insegnare molto, ribattere colpo su colpo, e, senza alcuna difficoltà, stupirci.

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Abbiamo soprattutto progetti di lungo periodo. E perché? Perché le grandi trasformazioni che sta vivendo la Cina richiedono, per comprenderle, una immaginazione che guardi più avanti. C’è un rapporto – chiede ancora Elvira Vannini – tra le pratiche di ricerca alternative e il mercato dell’arte e, più in generale, con il sistema dell’arte? Non esiste un sistema dell’arte, in Cina, ma tanti micro-sistemi diversi.

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La Cina dunque non produce solo beni di consumo, e magari anche di bassa qualità, ma anche cultura, molta cultura, questo è il messaggio principale che ricaviamo dall’incontro. E per chi non lo sapesse, forse questa è già una notizia. Più che altro, nella giornata dell’11 maggio e non solo, prima ancora che produrre arte sembra produrre molta filosofia. Quella capacità, cioè, di dare risposte inaspettate, e di trasformare il mondo solo in quanto si osa prima tentare di comprenderlo. Gli spazi dell’arte, nelle parole che emergono più spesso, sembrano essere soprattutto spazi di riflessione, più che di lotta. Tuttavia appare estremamente difficile capire se ci sia una reale distinzione tra le due cose. Sia tra le città immense e caotiche, sia tra le infinite e povere campagne di quella terra che, paurosi, vorremmo ma spesso non riusciamo a conoscere, siamo portati a immaginare pochi, selezionati, spazi ampi per la civilizzazione e per il libero pensiero. Spazi per gli incontri, per offrire a chi passa solo per pochi giorni la propria verdura, per farsi consigliare un libro e rinforzare legami diversi dai semplici legami familiari e tradizionali. “Gli spazi dell’arte”, come li hanno chiamati gli organizzatori del singolare incontro. Forse, qui da noi, ci permetteremo di continuare a chiamarli anche spazi della politica. “Qui posso e non voglio, lì voglio e non posso, misero, manchevole, in entrambi i luoghi”, scriveva un tizio considerato molto europeo, se non che di fatto era africano, chiamato Agostino. Eppure noi europei, mai come oggi “miseri”, soprattutto di spirito, in Cina vogliamo e dobbiamo andare. Con la mente, con gli occhi, se non altro. Seduti su rossi cuscini dialoghiamo così per alcune ore, tra le corde che, attaccate ai muri, costituiscono la scenografia che più caratterizza quel teatro. Sotto quelle corde nessuna tensione, e soprattutto nessuna contrapposizione, ma solo il gusto perverso di riformulare le parole che riteniamo le più indicate a nominare le nostre passioni. L’appuntamento tra artisti e appassionati di arte, tra Europa e Cina, è per un prossimo incontro. Il dialogo – e non può che essere così – continua.