TRANSEUROPA FESTIVAL – SPAZI ALTERNATIVI PER L’ARTE, TRA EUROPA E CINA
http://transeuropafestival.eu/

Un atelier teatrale che si apre agli altri, alla moltiplicazione dell’individuo” esordisce così con un bel sorriso aperto e curioso la direttrice dello spazio teatrale dove si è svolto ieri un incontro molto interessante. “Spazi alternativi per l’arte tra Europa e Cina”: il tema è stimolante, la modalità altrettanto. La location è un suggestivo spazio teatrale dai fondali neri, ruvidi cordami, quasi gomene, fissano alle pareti le quinte, proiettori incombono sulla scena, due file di sedie si fronteggiano. Da un lato la parte cinese con l’organizzazione italiana, dall’altro il pubblico, noi. Fra i due, sul pavimento nero, risaltano i “cuscini rossi dell’avvicinamento”.

Rappresenta lo spazio del dialogo, della riflessione su come muoversi, in ambito rigorosamente urbano, con modalità indipendenti, diverse dalle politiche abituali. Lo spazio dell’alternativa e della sperimentazione sociale. Che ci faccio io qui in questo luogo tanto alternativo, mi son chiesta. Che ho io da spartire, io così inquadrata, con tanta innovazione? Nulla, a dire la verità! Mi ci han trascinata lì la curiosità per la commistione tra Europa, il mio agar culturale, e la Cina, oltre alla parola arte. Con mio grande stupore ho trovato questa discussione ed il confronto molto interessanti, ho toccato con mano un laboratorio di sperimentazione su come concepire la relazione e la dinamica sociale. Questo festival ha in agenda altre “novità” (almeno per me) come quella dei cosiddetti “beni comuni”. Alla base c’è l’idea di riflettere su modi per superare lo spossessamento dell’individuo e della socialità, effetto della dominante ideologia del consumo. Quanto sono intriganti questi ragazzi, mi sono detta, anche se ho provato l’imbarazzo nascosto di rappresentare un elefante.
Il tema trattato è quello dello spazio in Cina: spazio pubblico, spazio alternativo.

Gli interpreti cinesi, assolutamente alternativi, sono la signora You Mi, i sig.ri Mao Yongfang, Zhou Xiaohu, Ni Kun. Le zone di provenienza sono Pechino, Shanghai, Chongqing, la regione del Zhejiang.

Con l’aiuto della brava e paziente interprete Ornella, i protagonisti ci hanno fatto entrare nei loro spazi di sperimentazione. Si parte con Chongqing la megalopoli del Sichuan da 30 mln di abitanti, salita di recente alle cronache per le vicende dell’esautoramento di Bo Xilai e della moglie. Ni Kun dice che la città è un deserto culturale. Una parola forte ma bisogna conoscerla questa realtà cinese, in corsa senza ritegno dal socialismo-di-mercato al consumismo sfrenato.
http://sites.google.com/site/saesinoeurope/umbrella

http://www.artribune.com/tag/ni-kun/
A Chongqing questi ragazzi si sono costituiti nel collettivo Organ House ed hanno messo in piedi un Festival che ha il suo centro nella discussione, nel dialogo fatto di interviste alle persone comuni. Il dato comune di questi cinesi è l’identificazione dell’Arte con il dialogo, l’Arte ha un marcato carattere di socialità. Dialogare, scambiarsi idee, percepire le sensazioni altrui, sperimentare l’emozione del pensiero che esce dai confini dell’individuo e diventa relazione, cogliere quelle parole che tratteggiano l’impatto della trasformazione sulle vite umane: questo è Arte.

A Pechino un’esperienza analoga viene portata avanti da Ma Yongfang e dal suo collettivo Forget Art. Già il nome è un programma.
http://www.forgetart.org/

Racconta Ma che a Pechino gli spazi artistici sono troppi e Forget Art vuole focalizzarsi su spazi particolari. L’arte si trasforma in incontri di dialogo nei parchi, templi, fabbriche. Il collettivo conduce interviste ad esempio con il personale della fabbrica francese Bernard Controls, appena fuori la capitale, dove hanno condotto un laboratorio. Il collettivo interagisce con gli operai, con il management, con gli impiegati. Ci mostra alcune foto: ecco un’operaia che “pensa ad un raggio di sole fermatosi un attimo sulla propria pelle”. Questo frammento di pensiero si trasforma in una sorta di slogan, scandito all’interno dello stabilimento in grandi caratteri. In questo agire personalmente, avverto una linea di prosecuzione con l’uso dello slogan politico sul luogo di lavoro degli anni ‘60. Qui però lo slogan è sostituito dall’emozione che, nel momento in cui emerge, cozza con le logiche produttive. Per qualcuno della fabbrica “l’azione è prodotto” forse anche “il pensiero è prodotto”: questi caratteri campeggiano allora in un reparto. Anche un manager è intervistato e subito condensato nel suo “relationship is efficiency” mentre un’impiegata sorride sotto le parole “la comunicazione è un fiume”. Agli operai si è domandato anche di commentare le parole: “lealtà, esperienza, innovazione, relazione, dedizione”. L’operazione mi pare vicina ai processi usati nelle attività di team building aziendale. L’esperimento di Ma prosegue con giochi linguistici per cui “ invest in confidence” si trasforma “invest in contraddiction”. Nella fabbrica che produce strumenti di misura energetica, il gioco storpia la logica di “energy under control” nella provocazione di “sensibility under control”. Gli operai sorridono divertiti a questo esperimento.
http://www.forgetart.org/?p=218
intervista a Ma Yongfeng

Mi sono chiesta cosa direi io se potessi partecipare ad un laboratorio e venissi intervistata. Credo che vorrei sopratutto uno spazio non urbano.Il primo spossessamento è quello dalla terra, dalla naturalità. E’ un pezzo di mondo, è la prima relazione annullata dagli attuali processi produttivi. Non c’è più contatto col territorio.Territorio adesso significa solo sviluppo immobiliare, anche per la politica. I ns nonni che erano agricoltori  vivevano in simbiosi  curando e tutelando il territorio e da qui nasceva socialità. Questo dialogo vorrei recuperare. Poi vorrei recuperare la memoria. In particolare in Cina dove gli anziani sono una memoria storica in via di estinzione. Sono stati fagocitati dalla traformazione, bastonati dalla “privatizzazione”, perchè i vecchi non interessano nessuno. Vorrei creare un network per recuperare le loro storie e perchè no anche le nostre in Europa.

Quello che hanno illustrato i ragazzi cinesi a me pare una sperimentazione con “caratteristiche cinesi”, in primis per il grande rilievo della socialità, della relazione, dell’uso della parola, un sorta di “neo-confucianesimo high-tech”. Una signora del pubblico pone una domanda molto sensata circa l’esistenza o meno di un rapporto causa-effetto che leghi le caratteristiche della scrittura cinese alle modalità dell’arte cinese. Ornella, l’interprete, sorride quando risponde che il tema è centrale all’arte cinese. Poi forse avremmo gustato meglio l’incontro se qualcuno avesse infierito meno nel porre domande intraducibili in cinese, talmente cervellotiche che nemmeno io ho capito che cosa si volesse chiedere.

I ragazzi cinesi raccontano che non sono interessati alla politica tradizionale, non vogliono contrastarla. Vorrebbero che l’arte servisse a fare vivere meglio le persone. Lo scenario nella visione futura di Ma Yongfang è quello di una via alternativa, fuori del capitale, fuori del potere, fuori della politica. Per lui le società si svilupperanno in gruppi sociali, ovvero conglomerati di persone con interessi comuni (e non si può non pensare facebook) indipendentemente dalle forme statuali, dalle ideologie come comunismo, socialismo o capitalismo ..parole che per la gente non hanno più senso.

Per tutti questi ragazzi l’auspicio è per un futuro caratterizzato da reti di resistenza per sfuggire l’isolamento e la privatizzazione dell’essere. Qualche tempo fa la leader di un gruppo di poetesse aveva coniato la formula “resistenza creativa“. Queste parole pronunciate da uno spettatore mi hanno ancora una volta profondamente colpita, facendomi riflettere su una realtà assai evidente. Dall’altra il mio mondo lavorativo e professionale sono esattamente l’antitesi di questa promessa di futuro…ma il futuro lo facciamo noi.